MOGOL e il Festival. Presidente di giuria in soli 3 anni e’ riuscito a coinvolgere piu’ di 6.000 artisti

 

In occasione dell’apertura delle iscrizioni del Tour Music Fest 2010, abbiamo intervistato Giulio Rapetti Mogol, dal 2007 Presidente di Giuria del festival che in soli 3 anni e’ riuscito a coinvolgere piu’ di 6.000 artisti da tutta la penisola.

 

Da poco finita l’esperienza Sanremo, molto contestata dalla maggior parte degli addetti ai lavori. Cosa sta succedendo in Italia a livello di produzione musicale?

Mi sembra che stiamo vivendo un periodo di canzoni di passaggio che non rimangono nel cuore della gente. In Italia quando si tratta di produzione, siamo ‘al lumicino’…se la produzione nuova continua a basarsi sugli show televisivi, le scuole televisive, X Factor e cosi’ via, i contratti discografici continueranno ad allinearsi non con la qualita’ ma con l’auditel e le manifestazioni tv non si basano sulla meritocrazia.

Lei ha lavorato con le più belle e straordinarie voci e con le più importanti band della storia della musica ed è stato definito il massimo autore italiano.Quali erano le possibilità di affermazione nell’ambito musicale italiano degli anni Sessanta?

Le possibilità di affermazione negli anni Sessanta erano sicuramente maggiori rispetto a quelle di oggi anche se il livello artistico era sicuramente minore.
Intendo dire dal punto di vista degli arrangiamenti e delle sonorità, rispetto a oggi bastava un’aria felice e la canzone o il progetto discografico si lanciavano da sé, mentre oggi i grandi problemi riguardano la promozione e la visibilità…negli anni Sessanta era molto più semplice riuscire a farsi ascoltare e quindi incidere un disco e promozionarlo su larga scala

Cosa pensa del panorama musicale attuale?

Purtroppo i prodotti e le iniziative sono tante e di una qualità di arrangiamenti decisamente superiore a quando ho cominciato io. Il grande problema è l’omologazione e l’impossibilità di avere visibilità e promozione a prescindere da alcuni standard imposti. La musica si “adopera” e fruisce venti volte di più rispetto a quaranta anni fa e costa di meno, ma le necessità di mercato impongono l’adeguamento a prototipi e una promozione ristretta al genere di riferimento.

Quali prospettive vede per chi si affaccia in questo periodo nel mondo e nel mercato della musica italiana?

La maturità artistica si raggiunge solo attraverso la formazione, la sperimentazione sul palco, la voglia di mettersi in gioco e una promozione reale. Per questo ultimamente non si riscontrano nuovi grandi artisti, sono tutti nomi piccoli che stentano ad affermarsi e che spesso rimangono vincolati al loro mercato di riferimento senza un’ulteriore diffusione e possibilità di visibilità, sia per il rock che per la musica leggera.

E’ d’accordo con chi ritiene che per produrre e diffondere musica di qualità sia necessario rivolgersi al mercato estero?

La stessa situazione italiana si propone anche su scala europea perché è figlia del profitto e del marketing, ma l’artista o la band oggi si deve confrontare necessariamente con il mercato internazionale, per poter fare sperimentazione e crescere artisticamente. Anche per questo sono importanti le grandi vetrine nazionali, per poter essere conosciuti anche in Europa.

A proposito di grandi vetrine, quanto spazio è riservato ai giovani emergenti?

Lo spazio riservato ai giovani emergenti è poco…è difficile avere visibilità, farsi conoscere e anche farsi ascoltare oltre il proprio circuito locale. Alla musica, attraverso la radio, è riservato ampio spazio, ma il mercato è frazionato. Ciò che colpisce è il frazionamento dato dalla soggettività delle singole radio o delle singole manifestazioni, legate a un determinato ambiente artistico e musicale che impedisce una promozione e una visibilità totali e su larga scala che si tratti di pop, di rock, di progressive, di musica d’autore e così via.  La formazione resta un fattore fondamentale.

Quali sono le possibilità di affermazione e le caratteristiche fondamentali che dovrebbe avere un giovane o  una band  emergente?

 Deve mettersi alla prova, sperimentarsi, crearsi una cultura musicale e farsi conoscere. Formazione e promozione: le due parole d’ordine. Le caratterisriche... una grande passione e la voglia di sperimentarsi e crescere.

Ma per affermarsi, secondo lei, conta più il talento o lo studio?

 

A questa domanda ha risposto anche Albert Einstein: “l’1% è l’ispirazione, il 99% la traspirazione” ossia il sudore, l’impegno. Anche Leonardo Da Vinci e tutti i grandi hanno risposto così a questa domanda. Il talento, la scintilla senza impegno e sudore non valgono nulla. Solo lo studio ti permette di diventare artisticamente imprevedibile. Bisogna ragionare sull’impegno, il sudore, i tempi lunghi…

In un momento in cui tanti speculano sui sogni dei giovani artisti, perché ha scelto di esserne il presidente di giuria?

 

La possibilità di crescere e maturare artisticamente. L’unica garanzia di un artista è il suo impegno e la voglia di mettersi alla prova. Il talento lo devi far crescere e senza la cultura musicale non vale. Bisogna lavorare, coltivare la propria passione, avere una passione critica e autocritica, che si acquisisce solo mettendosi alla prova direttamente e ascoltando gli altri

Qual è la prima cosa che nota quando deve giudicare una band, un giovane interprete o cantautore?

 

Cosa cerca nella nuova musica? La sincerità, sicuramente la sincerità e la voglia di crescere. Nei giovani cerco la credibilità ciò che viene espresso e la possibilità che ciò che esprimono sia creduto e reale…sentito

Cosa la spinge ancora dopo tanti anni e tante soddisfazioni ad appassionarsi ai giovani aspiranti interpreti e cantanti?

 

La musica serve a riscattare le persone, la cultura popolare…e la cultura popolare non può fallire! E’ questo che mi spinge ancora ad interessarmi all’argomento e a cercare nuove scintille anche partecipando ai lavori.

Tre cose che servono per entrare nel mondo della musica e tre cose che non si devono fare. Impegno, impegno e impegno. Ciò che non bisogna fare è considerare l’arte al livello di mestiere, lavorare con la musica per la voglia di realizzare qualcosa di bello. Preferisco un dilettante con la passione a un professionista che ha come obbiettivo il guadagno!

Tags: le interviste di Angela Saieva

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