Zucchero, un dolce incontro, Stoccarda lo accoglie

© by TeleVideoItalia.de - Rotocalco italiano in Europa - Portale TV Stampa di Angela Saieva. Stoccarda accoglie con tutto esaurito l’ambasciatore del Rock-blues: il Fly tour partito da Milano con l’Album della figlia Irene Fornaciari che ha aperto le date in Svizzera, é approdato finalmente in Germania.

 

É straordinaria l’accoglienza che ha riservato Adelmo Fornaciari, per il mondo Zucchero, al pubblico tedesco. Sfavillanti lampadari, lunghi festosi tappeti sotto i suoi piedi e su tutto il palco, enormi dipinti attaccati a pareti inesistenti ad effetto tridimensionale, riflettori variopinti quasi come un suggestivo carosello, pronti ad inquadrare il suo salotto settecentesco en nel centro... lui... “Sugar” seduto in una suggestiva poltrona trono in velluto rosso, con bordi dorati e in mano il suo inseparabile “scettro” la sua chitarra. É cosí che il Re del Rock Blues accoglie le migliaia di persone accorse per ascoltare la sua reale musica.

 

Protagonista indiscusso nel panorama internazionale e anche se é stato il palcoscenico del Festival di Sanremo nell’82 che lo ha fatto conoscere al grande pubblico, a consacrare la sua carriera artistica é stato il suo stile, unico e intramontabile. Il grande evento partito da Milano con la presentazione del primo Album della figlia Irene Fornaciari “Vertigini in fiore” e che sta facendo da supporter al Fly Tour, non ha tradito le aspettative. Trasgressivo e geniale, il cantautore Zucchero non ha bisogno certo di molte presentazioni.Indimenticabile sono i duetti con Joe Cocker, Paul Young, Eric Clapton, Brian May, Luciano Pavarotti e tanti altri miti che hanno fatto grande la musica italiana nel mondo.

 

Sono pagine storiche pure per milioni di fan che ormai hanno inciso la colonna sonora della propria vita attraverso i suoi brani, ricordando il passato ad esempio con molto “Rispetto” e proiettandosi nel futuro prendendo il “Volo”.  Molti suoi capolavori rappresentano un misto di ricordi del passato ed emozioni del presente. Brani racchiusi ad esempio nel “Blue Sugar” ricordando percorsi che partiti dai paesaggipadani hanno navigato sul delta del Mississipi, portando la sua musica alle porte del rock inglese di fine millennio. La sua musica é un misto di tradizioni e futuro in un viaggio tra i profumi dell’infanzia e le immagini della sua terra natale, l’Emilia.

 

Straordinaria la presenza di una buona percentuale di italiani residenti a Pforzheim al grande evento di Stoccarda il 17  Maggio. Prima di incontrare il Re del Rock Blues, Zucchero, seguiamo l’interminabile coda silenziosa e rispettosa che si lascia controllare dalle forzhe dell’ordine. In sala poi, il pubblico é in delirio mentre i nostri connazionali invocando l’inno del “popoporopopó” gli fá capire che é giunta l’ora di mostrarsi a loro.

 

Puntuale come sempre si é alzato nel frattempo il sipario sorretto dallo stemma imperiale “Sugar Fornaciari”. La sala si riempie subito di un magico boato. Indesrivibile la scena. Partono subito i primi soccorsi causati da forte emozioni, dalle pressioni calcate tra il pubblico e dalla lunga attesa. Poi di colpo tutto tace, la sua magica voce li abbraccia teneramente e li tranquillizza  e il pubblico rispettoso lo ascolta soddisfatto. Zucchero ha lasciato il segno ed é per questo che ad ogni appuntamento in compagnia della sua melodia é sempre da non mancare. É tarda notte quando incontramo “Sugar Fornaciari”. Impensabile che ci avesse dato retta invece... via con le domande

 

Ha chiamato suo figlio, la sua nuova canzone e il suo nuovo album Blue Sugar. Non c’é niente di nuovo?

Come sarebbe a dire niente di nuovo? E’ tutto nuovo. Nei contenuti ho smesso di piangere mia moglie Angela. Nella musica è il disco più internazionale che ho fatto. E’ il più rock, il meno rithm & blues. C’è sempre la matrice soul, c’è molto delta del Mississippi ma c’è anche molta contaminazione moderna, ci sono i Verve, i Radiohead”. Mi armo di finto sguardo intelligente e annuisco.

 

Parliamo dei contenuti?
Sopita la grande passione, sono venute fuori le mie radici, l’Emilia, la mia vita quando avevo 11 anni, la solarità della mia infanzia. Un album di ricordi. Una metafora sbiadita. Ricordi di sapori, di colori. Simbolismi. Una ballata di amore e di speranza. Se leggi tra le virgole, i testi hanno continui doppi sensi.

 

Come era lei da ragazzino?

Ero un bambino positivo, un capobranco allegro, forte. Gli altri avevano le crisi mistiche, le depressioni, le grandi domande, chi sono, da dove vengo, dove vado. Io no. Forse ero un poco ritardato. Pensavo a divertirmi e a suonare. Volevo solo trovare la mia strada. Organizzavo feste. Formavo gruppi musicali, i Duca, i Monatti. Erano i tempi dell’Equipe 84, dei Nomadi, di Mal dei Primitives, di Patty Pravo.

 

Lei si sente un cantante emiliano?
Come temperamento si. Come scuola no. Io sono lunisiano. Mezzo Lunigiana, mezzo Lousiana. Ma in Emilia c’è amore per il rithm & blues. E’ sempre stata una terra amante della musica di colore e del rock. Vasco. Ligabue. I veri talenti della musica italiana vengono dall’Emilia e da Napoli. Milano e Roma hanno dato meno. Panella, l’autore di molti suoi testi, dice: “Zucchero canta di epiglottide. La sua non è una interpretazione, è una pronuncia immediata”. Lei capisce? Ogni volta che canto una canzone è una cosa nuova. Dipende dall’umore. Chi ama la musica che amo io, tipo Eric Clapton, non sta tanto a studiare. Va sul palco e si butta.

 

Cosa pensa di quelli che della propria voce ne fanno uno strumento?
Non mi sono mai piaciuti quelli che usano la voce come uno strumento. Tom Waits, Ray Charles, Joe Cocker non hanno una bella voce ma quando aprono la bocca ti danno delle sensazioni incredibili.

 

Ricordi dell’Emilia rossa. E’ un disco politico il suo?
Mio nonno, Roberto detto “Cannella”, era un mezzadro che prendeva le botte dai padroni. Mio zio, Enzo detto “Guerra”, era un maoista. Mio padre, Giuseppe detto “Pino”, mi raccontava delle corriere che partivano il sabato per Mosca e tornavano il lunedi mattina. Io sono nato nell’Emilia dei comunisti e sono cresciuto nella Carrara degli anarchici. Ma la politica non mi ha mai interessato più di tanto.

 

Lei ha ottimi rapporti con i preti?
Mio zio maoista; quando andava a lavorare nei campi e vedeva don Giovanni che leggeva la Bibbia sul sagrato gli diceva, “Non ho mai visto un prete magro”. Io non ce l’ho con i preti, ce l’ho con le istituzioni.

 

Si è mai rifiutato di cantare per il papa?

A Bologna. E Bob Dilan cantò. Dissi scherzando, Vengo se mi fanno cantare “Solo una sana e consapevole libidine libera l’uomo dallo stress e dall’Azione Cattolica”. Successe un putiferio. Mi dissero: anche Bob Dylan si è redento sulla via di Damasco. Io risposi: si è redento sulla via dei 400 mila dollari per tre canzoni.

 

Lei è un provocatore?
Ma no. Si trattava di sbruffonate goliardiche. Ma avevano un fondo di verità.

 

Le e mai capitato di avere uno stadio vuoto?
Agli inizi. Una balera. C’era un solo spettatore. Che adorava una mia canzone “Una notte che vola via”. Glie l’ho cantata per un’ora e mezza. Sempre la stessa.

 

Ha paura della folla?
La folla mi dà energia positiva. Mi fido della folla. Mi lascio cadere a braccia aperte giù dal palco sulla massa dei miei fans. Si chiama “Stage diving”. Peter Gabriel lo fa all’indietro. Io in avanti. Loro mi accolgono, mi sorreggono e mi ritirano su. Tranne quella volta a New York, al Beacon Theatre. Accecato dalle luci non mi sono accorto che la folla non era sotto il palco ma a due metri di distanza. Io ho allargato le braccia e lentamente mi sono lasciato cadere. I miei fans urlavano come pazzi. Ma come potevo capire? Un tonfo terribile. Mi sono rotto tutto. Sembravo il Gatto Silvestro dopo la bomba.

 

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