incontro con Padre Wieslawe Baniak della Missione Cattolica Italiana di Pforzheim

 

© by TeleVideoItalia.de - Rotocalco italiano in Europa - Portale TV Stampa di Angela Saieva. Ad un anno dall’insediamento avvenuto nella Missione Cattolica Italiana di Pforzheim dei sacerdoti guanelliani padre Wieslaw Baniak e padre Maria Arokiadoss Antonyraj detto Padre Rocky, li rincontriamo e insieme scambiamo quattro chiacchiere.

 

Padre Wieslawe, ringrazio la sua disponibilità. Ad un anno dal benvenuto che le abbiamo dato, oggi le chiedo un riscontro e gli aspetti di questa sua comunitá.

Avendo lavorato nella Casa Famiglia e con bambini di famiglie disgregate o nelle periferie, come dice Papa Francesco, penso che io sia cascato in una realtà completamente ben diversa. Oggi ad esempio mi trovo al centro della Germania e in mezzo alla popolazione italiana. Posso dire che è stato un anno ricco di esperienza e testimonianze e di esserci inseriti bene assieme a loro. Abbiamo proseguito con i percorsi ordinari di queste missioni italiane aperte (almeno ufficialmente) cinquantacinque anni fa dalle autorità della diocesi di Freiburg e portate avanti bene dal nostro predecessore.

 

Ci sono stati dei problemi che avete incontrato e affrontato in questo arco di tempo?

Dove c’è l’uomo ci sono sempre dei problemi. Nella comunità, incontro difficoltà nei vecchi come anche nei nuovi arrivati. Ci chiedono aiuti di ogni tipo, per questioni ad esempio di lingua, di lavoro, un sostegno temporaneo e quant’altro. Cerchiamo di aiutarli come si puó, di indirizzarli o coinvolgere direttamente la nostra comunità per dare solidarietà o un contributo anche minimo, soprattutto a chi arriva a bussare alla nostra porta cercando una speranza e una vita migliore.

 

Qual’è l’ostacolo che voi avete incontrato nell’integrarvi in questa comunità?

L’ostacolo che ho incontrato io personalmente è stato forse quello iniziale. Dopo ventitre anni di guida pastorale di un italiano quale Don Santi Mangiarratti che era di stesse tradizioni e mentalità, ora entrano due che non sono né italiani né siciliani ma arrivano uno dalla Polonia l’altro dall’India. Perlopiù con un’altra cultura e che non parlano perfettamente l’italiano, beh…! Più che un ostacolo è stata la paura di come saremmo stati accolti dalla comunità sud italiana. Invece, l’avere fatto forse questo primo grande passo ci ha portato a sentirci di essere stati accolti bene.

 

Siamo alle porte delle comunioni e cresime. Nella catechesi, ha notato la presenza di nuovi bambini, cresimandi o comunque maggiori famiglie?

Io non vorrei fare una specie di campanilismo o auto incensazione, come si dice in certi casi nei nostri ambienti ecclesiali. Ma l’anno scorso non avevamo nessuno per la catechesi e per la preparazione alla cresima. Mentre quest’anno sono già circa venti giovani cresimandi che si preparano per Maggio e altrettanti per la comunione. Ho notato partecipazione e non perché noi siamo piú bravi. Gli incontri che facciamo con la comunità sono frequenti e forse li stimola. C’è sempre un pretesto per incontrarci alla missione, ad esempio per la festa della mamma, la castagnata, il primo Maggio, la festa di Don Guanella, Festa della Divina Provvidenza, come anche i ritiri spirituali. Delle domeniche facciamo un’agape fraterna, ognuno porta del suo, si mangia, si canta, si prega tutti insieme. Radunarci è certamente un fatto positivo. Un arricchimento che coinvolge le famiglie a stare più unite. Ritengo che anche questo é importante. Ti fa stare bene e ti fa sentire a casa. Proprio come negli oratori in Italia.

 

Per quanto riguarda la collaborazione interna nella vostra parrocchia, riuscite ad essere in comunione?

È una comunità dinamica e ci sta dando una mano. Sono aperti alle nostre iniziative e noi siamo molto disponibili cercando di coltivare tutte le belle tradizioni. Dalla celebrazione dei Santi come il San Calogero molto sentita dai naresi, ai pellegrinaggi a Lourdes, a Medjugorje   e a Fatima. Rispetto all’anno precedente ho notato una presenza maggiore anche nella settimana santa. Nelle celebrazioni come il giovedì santo, la lavanda dei piedi, il venerdì santo, l’adorazione della croce, la veglia pasquale per poi arrivare fino alla Domenica. C’è molta comunicazione e grande partecipazione.

 

 

Quali potenzialità pensate che ci possano essere per formare i cristiani, di fronte alle sfide di un mondo contemporaneo?

La cosa importante secondo me è di investire sulla catechesi ma non solo dei bambini, dei giovani adolescenti ma anche degli adulti, come ad esempio le conferenze, la Lectio Divina. Bisogna approfondire la catechesi e che sia soprattutto rivolta a tutte le fasce di etá. Perché io sono convinto che, se non si conosce bene la propria fede é difficile difenderla. Bisogna scoprire i valori, i tesori del vangelo. Scoprire quello che la nostra fede ha da offrire ad una società che è spesso ferita e che si fa tante domande ma non trova delle risposte. Gesú nel suo Vangelo ha dato tantissime risposte. Il problema di noi uomini è di cercarle. Ma per trovarle bisogna metterci a leggere, a studiare. Solo così troveremo le nostre risposte.

 

Ci sono varie espressioni di vitalità e manifestazione che lasciano ben sperare ad un futuro prospero per le comunità?

Proprio il 15 di Maggio abbiamo fatto un’elezione del nuovo consiglio pastorale per l’arrivo di giovani, come anche in tutte le altre chiese appartenenti alla diocesi di Freiburg. Puntiamo sui giovani perché sono loro il nostro futuro e la nostra società. Cerchiamo di dare più vivacità a certe iniziative, soprattutto in occasione della giornata mondiale della Gioventù che si terrá il prossimo anno in Polonia a Cracovia. Con l’aiuto delle altre missioni stiamo tentando di creare anche un gruppo di giovani per una forte rappresentazione degli italiani dalla Germania e in quella giornata fare l’incontro con il Santo Padre.

 

Un ricordo particolare che il vostro predecessore Don Santi Mangiarratti ha lasciato vivo in voi e nella comunità italiana di Pforzheim?

È difficile dirlo in due o tre parole. Ventitre anni del suo servizio pastorale in questa comunità non ha eguali ad un anno del nostro. Ha passato una vita con questi italiani. È una figura scolpita in bene nei cuori di questa gente. Le richieste frequenti sono come sta e quando torna. Don Santi ha lasciato qui un patrimonio di storia vissuta, fede e di generazione. Ha avuto modo di arrivare a sposare giovani che ha battezzato. Si trova attualmente a Medjugorje come da lui stesso fortemente desiderato ma ogni tanto ci viene a trovare. Viene a trovare i suoi   confraterni e anche la sua gente. Loro sono più in grado di risponderle sicuramente meglio di chiunque altro.

 

Vuole dare un messaggio alla sua comunità italiana di Pforzheim?

Con la grande forza che abbiamo non dobbiamo mai scoraggiarci. Insieme possiamo fare ancora tante cose. Possiamo migliorale. Possiamo metterci a testimoniare la nostra fede, la nostra gioia, la nostra familiarità. Tutti i valori che abbiamo da trasmettere in bene bisogna condividerli con gli altri. Non dobbiamo vergognarci ma vantarci della storia della nostra fede affinché sempre, il Vangelo di Cristo, sia la nostra divisa. Perché noi siamo cristiani.

 

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Tags: le interviste di Angela Saieva

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