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  • Immagine del redattore© Angela Saieva

la missione San Giuseppe di Karlsruhe vive i valori di una Pasqua ebraica


© by TeleVideoItalia.de - Rotocalco italiano in Europa - Portale TV Stampa di Angela Saieva. In un clima di serenità la comunità italiana San Giuseppe di Karlsruhe mercoledì 5 aprile si è radunata nel rinomato Ristorante Trattoria Da Giovanni, per una “Seder haggada Pesah”. É una cena speciale, un rito fatto da gesti antichissimi come fece Gesù, radunandosi nell’ultima cena. Il rito, ancora oggi, si divide in quattro parti determinate da quattro coppe di vino, che si bevono durante ogni singola parte. Nel celebrare il Seder, si legge anche

l'Haggadah, una forma di narrazione che racconta la storia degli Ebrei, accompagna il rituale della Pasqua e racconta in particolare l'uscita del popolo ebraico dall'Egitto. Ospiti all’evento liturgico, organizzato dalla MCI San Giuseppe di Karlsruhe, parliamo con il loro reverendo Padre don Waldemar Massel, che dopo aver officiato una breve liturgia della riconciliazione, ha introdotto la collettività presente alla cena Ebraica accendendo le candele della Menorah, il rituale candelabro ebraico dalle sette fiamme (braccia che ricordano i sette giorni della creazione), poi si è seduto a capotavola, come Gesù ha fatto

con gli apostoli nel cenacolo a Gerusalemme, radunandoli a sé. Durante la cena il presule, ha spiegato in modo semplice ed esaustivo, attraverso anche la proiezione d’immagini, le tradizioni ebraiche legate a questa cena e le seguenti portate che l’hanno compagnata.


Dino e Angela, è un piacere rincontrarvi anche in quest’occasione di catechesi eucaristica fatta sull’ultima cena di Gesù, la cena pasqua ebraica, detta Haggada…” ci dice padre Waldemar “…le nostre origine cristiane provengono dalla religione e fede ebraica. Gesù era ebreo, si è sottomesso alla legge ed Egli, festeggiava anche tutte le feste giudee ebraiche e così anche la Pasqua. Noi parliamo dell’ultima cena di Gesù ma tante volte noi non

conosciamo la Pasqua ebraica. Ovviamente, questa, non è una mia invenzione. Quando venni nella diocesi di Civita Castellana, con questa catechesi, m’incontrai in tantissime parrocchie il giovedì sera. Là, dopo la messa della cena Domini, facevano questa cena ebraica per spiegare ai parrocchiani da dove è nata la Santa Messa, in che contesto Gesù prese il pane e poi il vino, com’era questa cena, questa Pasqua. Ecco, durante la Messa si dice: e dopo la cena prese il calice…, è un rito, questo calice Gesù l’ha benedetto come il sangue suo. Qui, nella missione a Karlsruhe, è il secondo anno che lo facciamo.

Il celebrare la Pasqua, rievocando la storia, è sempre un momento particolare. Come ha accolto la sua comunità questa proposta, di celebrare la cena ebraica?

L’anno scorso eravamo in quattordici, era una novità e ho preferito proporlo al consiglio pastorale. Adesso, il numero di partecipanti è raddoppiato. Siamo in ventinove. Vedo che è stata apprezzata la mia proposta. È una cosa bella questa. Questa forma di catechesi, quest’anno, l’ho ampliata anche a coloro che si preparano alla cresima. Oggi siamo un bel gruppetto riunito Da Giovanni per questa cena ebraica e che gentilmente ha acconsentito ad aprirci, nel loro giorno di riposo. Peraltro, anche il loro figlio, si sta preparando alla cresima e quindi, è stato un modo particolare e originale per approfondire la catechesi.

Perché alla stragrande maggioranza di persone che conosce nel rito cattolico il lavare dei piedi, lei padre, ci porta a conoscenza il lavare le mani?

Devi sapere Angela che, nella cena ebraica, c’è anche questo rito. Gli ebrei facevano abluzioni, prima di mangiare un pasto e “Gesù”, essendo capotavola, per primo si lava le mani e passa con una bacinella e l’asciugamano per far lavare le mani agli altri che siedono a tavola. Gesù ha fatto inoltre il successivo gesto che dici, ha lavato i piedi. Un segno di

grande umiltà, poiché soltanto i servi lavavano i piedi ai padroni, ed ecco che così facendo “Egli” ha voluto dare questo grande esempio, per dire: dovete lavare i piedi, così come servire gli uni agli altri. Così facendo, nella messa cena Domini del giovedì, le persone conoscono e comprendono anche meglio la nostra messa, il rito e i suoi segni che hanno un preciso significato e collegamento anche con la fede ebraica. Diversamente, il tutto sembrerebbe accampato in aria e rimarrebbe incompreso.

Padre Waldemar, oggi porta a conoscenza alla comunità del posto anche particolari accessori e indumenti rituali ebraici: il Kippah, la Menorah e il Talled, o detta in chiave moderna Tallit, cosa sono e qual è la loro funzione?

Sì, questo che le mostro è un Kippah, un copricapo circolare simbolo che contraddistingue un ebreo, usato per obbligo dagli Ebrei maschi. Lo usano e camminano sempre, con il capo coperto, anche per le liturgie. In alcuni, vediamo che hanno il cappello. Poi questo che vede è la Menorah, un candelabro. Ce ne sono di diversi comunque. Questo che vede ha sette braccia, mentre altri ne hanno in tutto nove. È per diverse feste, perché ogni giorno si accende una candela. Questa nel mezzo è la candela di “aiuto” della quale si depone accesa. Anche noi abbiamo sui nostri altari queste candele. Una volta cerano tre candele

nel lato destro, tre nel lato sinistro e poi si metteva anche il cero pasquale etc. e la settima, che è Gesù Cristo. Tutt’oggi lo vediamo ancora in alcuni altari antichi, tre da ambo i lati e in mezzo il “tabernacolo” che come detto è la settima candela, Gesù Cristo. Questo numero non è a caso, è numerologia, è un segno tra gli ebrei, molto importante. Quest’altro che le mostro invece, è il Talled o Tallit. Questo peraltro è proprio originale, l’ho acquistato a Gerusalemme e non è una tovaglia, bensì è come uno scialle, che gli ebrei lo indossavano per fare la preghiera nel tempio. Noi cattolici invece abbiamo una cosa simile che indossiamo per la preghiera, si chiama stola, che è il segno indistinguibile del sacerdote.

Padre, perché propone proprio oggi questo particolare incontro, ai suoi parrocchiani?

Perché, é proprio oggi che gli ebrei festeggiano l’inizio della Pasqua. Certo, noi non siamo ebrei e non facciamo la Pasqua ebrea ma ritengo che sia istruttivo spiegare questo rito di catechesi, del perché e cosa consiste accendere ogni giorno una candela e posarla sulla Menorah. È accompagnata ogni volta da una preghiera di benedizione, che si pronuncia in ebraico e che io oggi ho fatto in italiano, per semplificare il linguaggio d’intesa ai presenti.

Abbiamo mangiato questa cena simbolica, mi spiega il valore e cosa consiste questa portata ebraica?

Sì, la prima parte è quella liturgica, così come noi facciamo la messa e poi si va a mangiare. Loro adesso non hanno il tempio, perché è stato distrutto. All’epoca, il mattino, si portava l’agnellino e si sacrificava nel tempio. Poi si preparava questa Pasqua a casa, dove si mangiava e si svolgevano tutte le preghiere. Come hai visto Angela, abbiamo preparato un libretto, dove ci sono scritte diverse fasi e che, come anche voi avete avuto modo di seguire e documentare con le vostre telecamere, noi abbiamo seguito questo rito trascritto sul libricino, consumando le diverse pietanze. Si è partiti preparando la tavola, con l’aiuto delle mani esperte del team del locale di Giovanni Verga. Dopodiché, ci hanno servito le

diverse pietanze concordate, come ad esempio: il sedano e un uovo sodo, segno simbolo della vita. L’agnello, simbolo della Pasqua e che ricorda il sangue versato sugli stipiti e che è stato salvezza per i figli degli ebrei. Il charoset, una miscela di mele e carote, parte importante del pasto servito nella Pasqua ebraica, perché ricorda il mortaio e l'argilla usati dagli schiavi israeliti in Egitto, per costruire i mattoni e a sua volta le piramidi e non solo. Poi c’è l’acqua e sale, che ricorda le lacrime che loro hanno versato quando erano nella prigionia. Seguito da diverse preghiere c’è un “azzimo” un pane non lievitato, che ricorda quando sono fuggiti dall’Egitto in fretta, senza avere il tempo di far lievitare la pasta. Le

verdure amare, che ricordano l’amarezza dell’essere schiavo. Le quattro coppe di vino, simbolo della gioia della libertà ritrovata. Come avete notato, ogni volta, si è bevuto con il braccio destro appoggiato in modo obliquo sul tavolo, perché segno di uomo libero. Proprio come facevano i romani, quando bevevano coricati, per la stessa ragione. Tutto ha un segno, ed è questo lo scopo specifico di questa “cena Pasqua ebraica” e la catechesi eucaristica della quale continuo a proporlo ogni anno, anche nella nostra Missione, affinché ogni anno che viene, aderiscono sempre piú numerosi, a questo costruttivo incontro storico

Da questo incontro dimostrativo, di tradizione pasquale ebraica, cosa si auspica dai suoi parrocchiani?

Mi auspico che possa crescere la consapevolezza della nostra fede e anche della partecipazione dell’eucarestia. Desidero che capisca, desidero proporre, desidero che la gente non rimanga ignorante, perché poi, un ignorante si può governare più facilmente. Desidero che le persone siano libere di scegliere e che i riti non siano scambiati per "riti magici di uno sciamano". Ecco, questo è il mio obiettivo, aiutare le persone veramente, di conoscere la nostra fede, conoscere Cristo e anche i riti che sono nella chiesa, per vivere più consapevolmente la propria fede e fare consapevolmente le scelte della propria vita.

Affinché, uscendo dalla chiesa, abbia visto abbastanza, sia consapevole e gli sia data la possibilità di approfondire la fede, ed essere libero di dire: “no, io non ci credo e abbandono” oppure dire “Signore ti ringrazio, che io ancora riesco a vivere la mia fede più profondamente e non per tradizione, solo perché i miei genitori mi hanno portato in chiesa o per qualche motivo legato alla chiesa, etc." No, in questo modo, non fa e non ha nessuno effetto. Io non sono un governatore ma sono solo uno strumento, come ho scritto anche nell’immaginetta della mia prima messa, che conta oggi trent’anni: “il Signore fa di me uno strumento della tua pace e del tuo amore” come anche le parole di Papa Benedetto XVI, quando è stato eletto, che diceva: “io sono qui, povero operaio nella vigna del Signore”.

Padre, ringraziandola dell’invito e salutandola, vuole fare un augurio alla sua comunità pastorale?

Sì, l’augurio che faccio a tutti i miei parrocchiani della Missione Cattolica Italiana San Giuseppe di Karlsruhe, è lo stesso che ho fatto la domenica delle Palme, quando ho messo a confronto diversi personaggi della Passione di Gesù e cioè: di essere come Pilato che, prima di giudicare una persona, voleva conoscerla e capire se era con o contro Gesù. Infatti, la storia stessa narra che lui se n’è lavato le mani e lo ha lasciato giudicare al popolo, evidentemente perché, non vedeva chiaro crocefiggere una persona senza capirne il vero

perché. Secondo, di avere questo coraggio di vivere la propria fede come “Veronica” che: vedendo un povero uomo che soffriva e portava la sua croce, incurante di cosa diceva la gente e di essere in qualche modo contaminata e criticata, gli è corsa incontro e gli ha asciugato il viso e quest’uomo… “Gesù”, ha ricambiato il suo gesto di amore, lasciandole impresso sul telo l’immagine del suo volto. Ecco, chiedo di essere coraggiosi quindi, di mettere in pratica il comandamento di amore verso il prossimo, senza scrupoli. Vi benedico Dino e Angela, ringrazio sempre la presenza con la vostra emittente TeleVideoItalia.net e attraverso te anche quella del Corriere d’Italia per cui scrivi, per avere impreziosito questo

momento di aggregazione. Ogni gesto e momento di questa cena pasquale ebraica, ha un significato importante e tutti i presenti hanno celebrato questo rituale con attenzione, osservando ogni dettaglio con compostezza, entusiasmo, emozione e grande riflessione. Unanime è stato lo stare bene insieme e di avere condiviso in piena armonia con il loro presule, don Waldemar Massel, questo frammento di storia celebrativa pasquale ebraica. Buona Pasqua, da tutti noi della Missione Cattolica Italiana San Giuseppe di Karlsruhe.

Giunti al termine, tra i saluti echeggiano le immagini, i canti ebraici e i tanti volti sorridenti con il quale abbiamo condiviso questa nuova e costruttiva esperienza. É così che gli ebrei festeggiano la Pasqua, come altresì oggi noi chiamiamo “Pasqua” quei giorni di festa, in cui ricordiamo che: nostro Signore ci ha amato fino alla fine e quindi "Egli", ha dato un significato nuovo alla Pasqua. La nostra Redazione TeleVideoItalia.net ringrazia la calorosa accoglienza, impeccabile ospitalitá, attenzione e collaborazione avuta come sempre dalla comunitá cattolica italiana San Giuseppe di Karlsruhe e dall'intero consiglio pastorale della Missione. Il servizio televisivo redatto in collaborazione con la SDA FotoVideo e visibile sui siti ufficiali di televideoitalia.net/intervistelive e corriereditalia.de


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