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Riccardo Fogli in concerto a Monaco


© by TeleVideoItalia.de - Rotocalco italiano in Europa - Portale TV Stampa di Angela Saieva. Riccardo Fogli in concerto, Lo incontriamo con un repertorio che in gran parte é quello della vita di tutti noi.


Quando hai deciso di fare il cantante? E’ cominciato come un hobby che sognavo. Sai, io sono figlio di un metalmeccanico. Papà era nato e vissuto in un momento storico in cui era difficile avere un mestiere. Lui voleva la sicurezza di poter dare a noi da mangiare tutti i giorni e infatti, a 14 anni, anch’io lavoravo giá come metalmeccanico in una grande azienda. Il resto è venuto da sè. Mi iscrissi a scuola di musica, poi ad un concorso di voci nuove. Lo vinsi e da lì cominciai a sentirmi un pò “cantante”. Il mio maestro mi trovò nel frattempo alcuni ingaggi. Trasferito a Piombino, trovai un gran fermento musicale. Scelsi il gruppo che più mi somigliava e ci iscrivemmo al festival di Ariccia. Dopo varie frequenze, incominciò la mia avventura con i “Pooh”. La favola cominciò nel ‘66 e finì nel ‘73, con un po’ di lacrime e un po’ di dolore e cominciai la mia vita daccapo, fra alti e bassi. Ad ogni modo ho poi vinto il Festivalbar, Sanremo, la vela d’oro ed ho pubblicato molti album di cui l’ultimo, un cd singolo dal titolo “ ci saranno giorni migliori” che anticipa l’album che uscirà a breve e conterrà 11 brani inediti ai quali sto lavorando da tempo. Cosa ti piace o meno di questo lavoro” Sai, questo è un mestiere che rasenta l’effimero. Ad esempio, a 18 anni ho detto ai miei che non sarei tornato a casa perché avrei suonato con i “Pooh” di fatto mollando tutto. Ci vuole del coraggio e un po’ d’incoscienza nel fare una scelta simile. Non solo, per suonare ho dovuto trascurare per anni molte cose che fanno parte della vita degli adolescenti. Anche cose quotidiane, come giocare a calcio o altri hobby normali per i ragazzi. Vivevo di sogni. Cosa abbastanza strana per quel periodo e all’inizio non è il massimo. Inoltre, ogni tanto rischi di fare la figura del “fissato” perché passi tutto il tuo tempo a suonare mentre gli altri fanno “i ragazzi”. Questa professione è un vero salto nel buio. Non c’è nessuna certezza. Si sta chiusi in una stanza a cercare di dare il meglio di sè ma non si sa fino all’ultimo se quel pezzo di vita che stai raccontando piacerà oppure no. Infatti molte idee non sono mai arrivate al pubblico.

Che consigli puoi dare ai giovani che si avvicinano a questo mestiere?

Che questa è una professione a tutti gli effetti fatta di rinunce, di notti passate al volante, di panini, di Maalox. Perché durante il concerto sei il cantante, il protagonista. Ma prima di arrivarci hai chilometri di code da fare. Devi ogni sera trovare la voce, la concentrazione, lo spirito giusto e la camicia stirata, lasciando giù dal palco qualsiasi problema personale. Quanto durerà il tuo tour quest’anno? è un lungo tour che in realtà dura da tutta la vita. Con i “Pooh” diventammo bravi perché suonavamo tutto l’anno, senza fermarci. Tra le canzoni che scrivevamo facevamo le “cover” dei grandi gruppi. Questo, ha fatto crescere la nostra capacità di spaziare nella musica. Come nascono le tue canzoni e attraverso quale processo creativo le tue idee arrivano ad essere dei prodotti finiti? a volte nascono degli embrioni di canzone da un pensiero, buttato giù al computer (oggi) o su un pezzo di carta appoggiata ad un ginocchio, poi si ascolta l’idea e la si elabora vestendola con il testo e con l’arrangiamento. Le idee vengono fuori da libri, film, o da sensazioni che mi provengono dall’esterno. L’artista è come un amplificatore di emozioni. Filtra attraverso il proprio personalissimo senso emotivo, le sensazioni che la vita offre e le rielabora cristallizzandole in suoni e poesia Hai fatto sposare o fidanzare qualcuno con le tue canzoni? Si mi è capitato e non solo con le canzoni che hanno avuto successo ma anche con quelle minori. La gente legge tra le righe e si appropria delle canzoni. Questo è straordinario. Talvolta, riesco quasi ad individuare negli occhi delle persone le canzoni alle quali sono più legate.

Sei sempre riuscito a distinguere la persona dal personaggio?

A volte. Sopratutto tra i giovani, si tende a fare confusione tra le due figure. In particolare per quanto riguarda il soggetto al quale è rivolto l’affetto del pubblico, indirizzato più spesso al secondo che non alla prima. Tieni a lasciare la tua vita fuori dal palcoscenico?

C’è chi tiene a lasciare la propria vita personale fuori dal palcoscenico e chi invece non si crea problemi. La verità forse sta nel mezzo. Io nelle mie canzoni parlo delle mie cose personali. Ho parlato di mio figlio nel brano Sigfrido, perché stavo leggendo Sigfrido e la mia compagna rimase incinta e per me mio figlio era Sigfrido, l’invincibile per un certo numero di mesi nella pancia della mamma. Poi, a metà gravidanza, ho desiderato che il mio bambino fosse solamente un bambino come tutti gli altri. E per fortuna lo è. Io non mi nascondo alla gente anzi, vado a fare la spesa al supermercato con la mia donna e il mio bambino che spinge il carrello. Questo solo per dire che sono me stesso, sempre. Del resto non ho difficoltà in questo senso, anche perché il rapporto che ho con il mondo è molto buono.


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